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UN PERENNE STATO DI DISSESTO


Cresce l'esigenza di un nuovo approccio culturale e amministrativo alla tutela del territorio

I recenti eventi di questo strano inverno 2013-2014 ripropongono per l’ennesima volta il tema del dissesto e della tutela idrogeologica. Continuare a sentirsi dire che il 70% del territorio italiano è fragile, rischia di essere un refrein tanto vero quanto inutile, che al più corre il rischio di animare sentimenti di rassegnazione o, peggio, di autoassolvimento. Trovare un parallelismo fra il dissesto idrogeologico, la situazione economico-sociale e l’assetto statale sembra una follia. Sembra, appunto, perché in realtà ciò cui stiamo assistendo in Italia ormai da lungo tempo conferma che di follia non si tratta.

Da decenni si parla di regole nuove per uno Stato moderno, agile, non più autoreferente; forse oggi, tutti lo auspichiamo, sull’orlo di un abisso dettato da un profluvio di regole confuse, di procedure bizantine e di interpretazioni spesso paradossali, riusciremo a fare un passo indietro e cambiare direzione. Al contempo le famiglie fanno fatica e le imprese arrancano e molte di queste, se possono e se non chiudono, se ne vanno dall’Italia; forse, sull’orlo del baratro, riusciremo a cambiare rotta. Forse.

Anche in tema di dissesto idrogeologico siamo sull’orlo del baratro ed è quanto mai urgente intraprendere azioni strutturali. Rapidamente.

Non so se sia oggettivamente dimostrato – ossia confortato da dati e statistiche precise –, ma degli eventi di questo inverno colpisce particolarmente la trasversalità; le alluvioni e le frane hanno colpito il Nord, il Centro, il Sud; le coste liguri come la pianura emiliano-romagnola; le prealpi come la Sicilia, Genova come Padova e Roma. Sebbene molti vedano ancora una presunta eccezionalità in questi fenomeni, l’evidenza è che, a parte eventuali mutamenti climatologici, si tratta dell’esito di un lento deterioramento del territorio la cui dinamica si sta cronicizzando. Ma se il degrado è tanto lento quanto costante e progressivo, gli effetti sono invece cumulati e il loro manifestarsi esplosivo. È come se su una trave da decenni ogni anno si aggiungesse un peso. Nessuno si è mai posto il problema di quanto fossimo prossimi o meno al limite di rottura, ma, ora che iniziano gli scricchiolii e il timore aumenta,  occorre assumere ben altro atteggiamento.

L’esempio, uno dei tanti, della frana sulla ferrovia in Liguria, conferma quanto già sostenuto su queste colonne; lo scandalo in Italia non va cercato nell’abuso, che probabilmente e fortunatamente è ancora in larga parte l’eccezione, ma nelle costruzioni formalmente regolari.

Con un’iperbole, sembra invalsa la convinzione che un’opera legittima sia un’opera giusta e intrinsecamente buona. L’ente pubblico, forte dell’autorità che ha, è scivolato pian piano in una sorta di delirio di onnipotenza nel quale l’amministratore di turno è intimamente convinto che se le carte sono a posto la frana non scenderà e l’alluvione non arriverà; che se si è costruito, con tanto di carte bollate e ricevute di ritorno, a fianco all’unica chiesa romanica di una valle intera, allora l’intervento è per forza bello e il paesaggio certamente rispettato.

Ciò che preoccupa in Italia non è più la pioggia ma proprio questa onnipotente autoreferenzialità, la stessa che ha permesso prima di sostituire la parola “finanziamento” con “rimborso” e poi definire “rimborso” il riconoscimento ai partiti di “n” volte ciò che spendevano. È un fatto culturale, appunto, che scandalizza soprattutto la gente comune, quella abituata a chiamare le cose per ciò che sono.

Com’è un fatto culturale, oltre che un problema di schizofrenia del diritto, l’autoreferenzialità di uno Stato che, mentre pensa a una legge per contenere il consumo di suolo, ha allo studio un progetto di legge di modifica del DLgs 18 maggio 2001, n. 227, per il quale corre voce che l’obbligo di compensazione derivante da un disboscamento continuerà a valere per i privati mentre non lo sarà più per l’ente pubblico. In altre parole se costruire un capannone industriale dove oggi c’è un bosco incide negativamente sul ciclo dell’acqua e deve essere compensato, realizzare un’autostrada non inciderà assolutamente sul ciclo dell’acqua. Dopo decenni d’interventi assurdi, di cattedrali nel deserto e di soldi buttati al vento, oggi siamo più tranquilli: l’intervento pubblico è taumaturgicamente buono per definizione, non altera la biodiversità, non genera inquinamento, non produce polveri, non altera il ciclo dell’acqua e non peggiora il paesaggio. In altri termini, lo Stato, al posto di interessarsi realmente al bene comune e preoccuparsi di essere il primo a dare l’esempio con un buon modo di progettare e di mitigare gli impatti delle opere che realizza, si vorrebbe chiamare fuori da qualsiasi responsabilità anche quando, come nel caso delle compensazioni forestali, il costo – che in ogni caso diventerebbe lavoro e, di fatto, opera di mitigazione preventiva – è comunque una frazione modestissima rispetto alle opere stesse.

Così, mentre in tutto l’Occidente sviluppato e moderno si spremono le meningi per potenziare una politica contro il consumo di suolo; mentre nelle nazioni alpine a noi vicine s’ingegnano per trovare risorse e procedure per garantire ai propri cittadini la piena efficienza biologica dei boschi di protezione riconoscendone la strategicità nel compensare i negativi effetti, specie sul regime idrologico, dell’espansione urbana; mentre cioè si tenta di fare scelte razionali dove a un’analisi seguano una sintesi e una decisione coerente, in Italia lo Stato è più uguale dei propri cittadini e vorrebbe esimersi dal rispettare gli stessi obblighi che impone loro.

Dovesse andare in porto, ce la spacceranno per una scelta politica, locuzione che viene usata quando non c’è una motivazione logica e semplice nella sua evidenza e, se c’è, non si può dire; ma si tratterà ancora di una scelta alla cui base sta una cultura per la quale lo Stato è buono e il cittadino suddito. Questa spocchiosa autoreferenzialità è la radice del problema del dissesto italiano, sia esso idrogeologico, economico, politico o sociale.

Ora basterà dire che nei frutteti sperimentali del ministero le mele cadono in su e avremo fatto la rivoluzione.

Alessandro Nicoloso

 

Tratto da:    Intersezioni


 

 

 

TERZO RAPPORTO IPCC

Agire subito. Tecnologie e strumenti ci sono.
L’inazione potrebbe costare fino a 5 punti di Pil globale

I cambiamenti climatici porteranno povertà e malattie. La sfida che i governi mondiali si trovano a dover affrontare andrà ben oltre le già gravi conseguenze legate ai disastri naturali e alla perdita di biodiversità. Per via dei cambiamenti climatici sarebbe a rischio lo stesso equilibrio economico e sociale su cui si basano le nazioni, soprattutto quelle con le economie più deboli

Malgrado la necessità di risorse alimentari sia in costante crescita per l’aumento della popolazione mondiale i cambiamenti climatici metteranno a rischio alcune coltivazioni, con l’effetto di spingere in alto i prezzi dei prodotti alimentari finali e limitarne in futuro la disponibilità in alcune aree della Terra.

Nel terzo Rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change)sulle azioni di mitigazione e riduzione delle emissioni di gas serra, pubblicato in questi giorni, gli esperti confermano i rischi che corre il pianeta per colpa soprattutto dei gas serra e lo fanno con migliaia di dati scientifici alla mano.

L’anidride carbonica (CO2) è fra i gas serra il principale responsabile del cambiamento in atto . La sua concentrazione nell’atmosfera è aumentata oltre il 20% rispetto al 1958 e di circa il 40% dal 1750, soprattutto per le emissioni di combustibili fossili. Si rende quindi necessario attivare un processo di cooperazione internazionale per coinvolgere i Paesi meno sviluppati nei processi di mitigazione delle emissioni di gas serra.Ma dal Report emerge che abbiamo ancora molte opzioni per cambiare il corso della storia, anche se poco tempo per metterle in pratica. I mutamenti nel clima causati dal riscaldamento globale non avrebbero ancora raggiunto il “punto di non ritorno”, si potrebbe quindi ancora intervenire per evitare queste nefaste conseguenze.Importanti saranno da un lato gli investimenti nella riduzione delle emissioni nocive e nella lotta ai disastri naturali, dall’altro la pazienza di attendere i risultati di tali sforzi: con molta probabilità questi non saranno immediati, ma osservabili solo a partire dal prossimo secolo.Serve ridurre il consumo di energia da fonti fossili in numerosi settori, in particolare quello industriale, residenziale e trasporti, che pesano rispettivamente il 23%, 18,4% e 14.3%del totale delle emissioni di gas serra.

Le modalità sono tutte elencate nel rapporto: dall’eliminazione dei sussidi ai fossili fuel, alla carbon tax, dagli incentivi alle rinnovabili a piani nazionali di efficientamento energetico, dall’innovazione del cleantech al mercato delle emissioni, dalle politiche di riforestazione ai piani per il clima per le città.

Ma bisogna agire in fretta. Agendo rapidamente la transizione da un’economia basata sui combustibili fossili a una low carbon potrebbe costare tra l’1 e il 2% del Pil globale. Intervenendo oltre il 2020 i costi potrebbero salire fino a 4-5 punti di Pil. Se si inziasse ada gire oltre il 2030 i costi sarebbero così elevati che per tenere la temperatura sotto la soglia dei 2°C (obiettivo della comunità internazionale) sarebbe impossibile.

www.ipcc.ch/


 
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